giovedì 12 maggio 2016

Nonno Nino, il mio compagno di giochi, dei racconti e delle piccole cose

Nino, il nonnino materno

Proprietario terriero, amante della natura e uomo sensibile.
 Era una figura asciutta, mani grandi e callose, viso bruciato dal sole e pesante nei movimenti, forse per la stanchezza; tornava dalla campagna carico di ciò che la natura in quella stagione offriva. 
Con gioia, lo aiutavo a portare in casa la frutta e la verdura aspettando, dopo cena, il rito delle storie. Ricordava spesso e con tristezza, il suo "re ", Vittorio Emanuele, di cui era, orgogliosamente coscritto  e malediceva  Mussolini che, per far passare la ferrovia nel paese, gli aveva portata via una buona parte della proprietà "per quattro soldi", ripeteva sempre. 
Con emozione, parlava della sua terra, del rispetto e della cura per preservarla: ” Lu patri si nni va la roba resta” ( l’uomo muore, la terra no), così diceva.
Era un proprietario terriero ma soprattutto un uomo semplice, buono e con un temperamento genuino, vicino alla natura, senza sotterfugi e di grande generosità, un gran lavoratore che usciva all’alba, “ a li sett’orbi” diceva sempre la nonna, e  andava a letto “a la cuddata di lu suli come li addini” (al tramonto del  sole come le  galline).
Mi ha molto amato, ancora di più da quando mio padre si era trasferito nel palermitano, sostituendolo e rassicurando me e i miei fratelli, dandoci la certezza di essere protetti, nascondendo l’indignazione per un comportamento discutibile,  a cui non sapeva dare  alcuna spiegazione.
La domenica era abitudine fare colazione insieme a me: "Milia, così mi chiamava, trovando difficile la pronuncia del mio nome e io, correndo, salivo lo scalone della casa, noi abitavamo al piano terra, e mi sedevo accanto al mio nonnino che, come sempre, mi faceva trovare la sorpresa sotto il piattino e poi andavamo in chiesa, dove accendevamo i lumini per i nostri morti e finalmente in piazza, dove incontravamo i suoi amici e dopo aver comprato i dolci, si tornava a casa, dove come sempre la mamma gli faceva trovare il piatto preferito: “Il timballo di anelletti, melanzane e pistacchio”.

Se volete provare, ecco la ricetta del Timballo al pistacchio 


1 kg anelletti, passata di pomodoro,1 cipolla tagliata a fette sottili, basilico, ½ kg melanzane lunghe, 300 g. di ricotta salata, 2 uova sbattute, olio extravergine, 200 g di pistacchio di Bronte tritato, pangrattato

Preparazione
Salsa: rosolare, in una casseruola con dell’olio, la cipolla, versare la salsa, salare, lasciare cuocere fino alla cottura e aggiungere il basilico.
Melanzane: tagliare a fette, cospargere di sale, farli spurgare per circa quindici minuti, quindi sciacquarli e farli scolare; friggere in padella con olio d’oliva e asciugarle su carta assorbente.
Ricotta salata mescolata con il pistacchio tritato
Scolare gli anelletti, a mezza cottura, mescolarli prima con le uova sbattute e poi con  abbondante salsa

Procedimento
Spennellare con l’olio, l’interno della teglia e spolverarla con pangrattato; sulle melanzane poggiate sul fondo, versare la metà degli anelletti che avete già condito, con le uova sbattute e con abbondante sugo, e distribuite bene su tutta la superficie come farete subito dopo con la ricotta arricchita dal  pistacchio e ricoprite con altre melanzane, aggiungendo ancora due cucchiai di salsa. Distribuire il resto della pasta e ancora qualche cucchiaio di salsa e spolverate di pangrattato.  Infornare il timballo nel forno preriscaldato a 200° per 30 minuti.
Mio nonno lo apprezzava molto ed io lo trovo squisito.







martedì 10 maggio 2016

Le linguine al picpac e il dialetto palermitano






A luglio del 1952, con la chiusura dell’anno scolastico, abbiamo raggiunto la zona del palermitano perché il nonno, aveva deciso di andare in pensione e ritirarsi a casa della zia, " permettendo" a mio padre  di ricongiugere la famiglia. La decisione dell'ottantaseienne Marx,  come lo chiamavamo noi nipoti per la lunga barba bianca, aveva meravigliato tutti e soprattutto gli abitanti del paese che ne apprezzavano la personalità, l’autorevolezza, la scrupolosità e, come dicevano, la capacità, con il suo comportamento, di “ mitteri o so postu i malandrini”.
Invece la partenza da Paternò era stata dolorosa ed emozionante, soprattutto per me: Il nonno Nino, che era stato il mio compagno di giochi e di vita, nascondendo le lacrime, mi raccomandava di fare la brava, di tornare spesso a trovarlo e di ricordarmi sempre che nelle piccole cose avrei trovato gioia e serenità. Aveva proprio ragione! Ancora oggi il mondo contadino mi accompagna: I cibi, gli ingredienti, gli odori, la spontaneità e la semplicità nel rapporto con gli altri, ne è un esempio.
Giunti nella nuova abitazione, ci aspettava  la cameriera Peppina che, vista l’ora, aveva preparato il pranzo, costituito anche da “Linguine al “picchio pacchio”. Non potete immaginare lo stupore e il disagio nel sentire questo termine perché, nel catanese, indica il sesso femminile e mio padre, anticipando una possibile domanda, ci spiegò che l' onomatopeia era associata al “picpac…” che fa il pomodoro quando cuoce. Vi assicuro che non è stata l’unica parola che ci ha creato qualche problema: “Muffuto” cosi  era stato apostrofato mio fratello, in classe, dal compagno, sconvolgendo mia madre, pensava alla muffa, che non sapeva che il termine significasse spione,  e  non parliamo delle difficoltà nell’acquistare i vari formati di pasta: a Catania“I curadduzzi , coralli come quelle delle collane, a Palermo si chiamavano ditalini e quante altre volte si tornava a casa per spiegare che quello che cercavamo apparteneva ad altro formato; e ancora il verbo infilare e inficcare, l'uno palermitano l'altro catanese, con significato sessuale.
La “salsa a picchio pacchio o pic pac”, primo piatto della cucina palermitano, è stato apprezzato subito da tutti noi perché buono, di facile preparazione ma soprattutto perché rispecchiava il gusto e la genuinità dei cibi della cucina dei nonni materni: L’odore erboso dei pomodori appena raccolti, quello pungente dell’aglio e il profumo del basilico, il cui aroma rende il gusto inconfondibile.
La salsa dà gusto anche alle le minestre e alla pasta coi tenerumi, verdura che trovo in estate  al mercato dei contadini di porta palazzo di Torino,  e con la borragine o  coi babbaluci ( lumache) al pic pac.
La qualità privilegiata è il pomodoro sammarzano o il riccio a canestro corleonese, dal gusto antico che, in inverno, è sostituito da quello in scatola, di una buona qualità.
E' talmente semplice e veloce preparare questo piatto che puoi contemporaneamente occuparti della salsa e della cottura della pasta.
                                               Le linguine a picchio pacchio
1 kg di pomodori sammarzano o riccio a canestro, pelati, senza semi e schiacciati con la forchetta, aglio 2 spicchi, un mazzetto di basilico, sale, olio extravergine
Linguine ½ kg
La preparazione
A differenza dei palermitani, (friggono cipolla e aglio e poi aggiungono il pomodoro) mia madre, ritenendo che i gusti sarebbe rimasti” più netti ”, preferiva cuocere, in padella, tutti gli ingredienti insieme: Il pomodoro pelato e senza semi, schiacciato con la forchetta, olio extravergine, l’aglio e una parte di basilico, salare e cuocere per circa 10 minuti, ricordandosi di aggiungere, prima di spegnere, il resto del basilico. Dopo aver scolato la pasta, versarla in padella e amalgamarla con il pomodoro. Servire a tavola con qualche foglia di basilico fresco e buon appetito.  


domenica 8 maggio 2016

Le lune, il dolce povero di Natale



Era stata mia madre a parlarmi del Monastero di clausura SS Annunziata di Paternò dove erano state create i dolci, le “ lune” e i”biancomangiare” le cui ricette, le suore, finché hanno potuto, hanno tenute segrete all'interno delle mura; e di come le stesse erano state divulgate in paese, attraverso le donne, che erano state chiamate dalle suore, impegnate in cucina per preparare queste delizie, per i lavori pesanti. Le lune, in particolare, chiamate anche lune di Maometto, dolci a forma di mezzaluna, sono il dolce di Natale dei paternesi che fatta propria la ricetta, col tempo, ricordava mia madre, l’avevano rivisitata, nei suoi ingredienti originari, infatti un ripieno di fichi secchi, ridotti a pasta, miele, arancia, limoni canditi, pinoli, noci, mandorle, aveva perso la frutta candita, sostituita con l'uva passa e l'aggiunta del marsala. I giorni che precedevano le festività era un andirivieni di donne che preparavano le lune e altri dolci natalizi, e lo stesso avveniva a casa dei nonni dove mia madre e le zie, alle prese con la preparazione dei dolci, mi permettevano di aiutare e curiosare: Ero sempre lì, porgevo gli ingredienti e osservavo come impastavano la farina e mescolavano i vari elementi ma soprattutto quando, con le formine di latta o di legno, creavano i dolcetti che, con le mani, agili ed esperte, venivano arricchiti da decorazioni, particolarmente fantasiose.

E le "lune", insieme "u cucciddatu palermitanu" ai “bocconcini d’arancia mandorlata, arricchiscono la mia tavola  nel periodo natalizio e sono i dolci che offro, come buon augurio, agli amici.

                                                            Le lune
Ingredienti
Pasta: 1 kg. di farina 00, zucchero g.400, 1 bustina lievito per dolci, burro g. 250, 3 bicchieri di latte tiepido, 
Condimento:1 kg di fichi secchi, 250 g. di nocciole tostate e tritate, 250 g. noci tostate e tritate e 250 g. di mandorle tostate e tritate, 150 g. di pistacchi di Bronte tritati, un cucchiaio di uva passa, 200 g. di scorza d’arancia grattugiata 250 g. di zucchero, 2 cucchiai di miele all'arancia e un  bicchiere d’acqua e/o marsala.

Preparazione
Partiamo dal condimento che deve essere preparato uno o due giorni prima dell’esecuzione, essendo un’operazione lunga.
Condimento: Tritate grossolanamente i fichi secchi e versateli in una pentola insieme alle nocciole, noci, mandorle, pistacchi di Bronte, tritati ( se non trovate pistacchi italiani, piuttosto non metteteli) e l’uva passa;  aggiungete la scorza di arancia grattugiata , lo zucchero, il miele e un bicchiere d’acqua. Mescolate e mettete sul fuoco, cuocete per circa 15 minuti, girate, ogni tanto, per evitare che si attacchi, quindi lasciate raffreddare e conservate in frigo. (Mia madre preparava il composto di sera, lasciandolo in balcone, tutta la notte, a pentola coperta, per farlo raffreddare e amalgamare, come diceva lei, “al sereno” cioè al freddo naturale dell’ inverno).
Il condimento si mantiene anche una settimana; sappiate che potete conservarne una parte in congelatore, per qualche mese,  io lo faccio, ciò vi permetterà di poter preparare ancora dolci a carnevale.
Pasta: Impastate la farina con il burro, a temperatura ambiente, e il lievito per dolci. Sciogliete lo zucchero nel latte tiepido e versate lentamente nella farina, quindi impastate fino ad  ottenere un composto omogeneo e consistente.

Esecuzione
Accendete il forno e portatelo a 180° e intanto stendete con il mattarello, su un piano infarinato, la pasta e  formate, con una base circolare ( io uso una tazza per il caffelatte) dei dischi di pasta: Sistemate sulla metà del disco un cucchiaio di ripieno e copritelo con l’altra metà, quindi sigillate bene con i rabbi della forchetta, formando una mezza luna e adagiatela sulla teglia. Dopo aver preparato tutte le paste,  infornate per  circa 20 minuti e prima di tirarli fuori dal forno, spennellate con l’uovo sbattuto che renderà i dolci dorati. A cottura finita, sfornateli, spolverateli con lo zucchero a velo e fateli raffreddare.  



La ricetta originale


"Lune", ricetta originale, del 1819, delle suore del monastero della SS Annunziata di Paternò.
Dosi: 1 rotolo ( corrisponde a 8oo g.) e 1 oncia (corrisponde a 25 g.).
La ricetta: farina rotolo ( maiorca), zucchero once 10, sugna once 10, uova 3, miele ¼ di rotolo, una parte di uva e 2 parti di fichi.

venerdì 6 maggio 2016

Il Natale della mia infanzia tra sacro e profano



....Era un andirivieni di donne, teglie da infornare e tanti dolci, i cui ingredienti i regalava la natura: Fichi, mandorle, pistacchi, arance, miele.

Chiesa di Santa Barbara a Paternò.jpgLe usanze siciliane del Natale legano il sacro con il profano: Il culto religioso si mescola alle manifestazioni dei giochi pirotecnici, al suono delle bande musicali, fino alle decorazioni appariscenti ma soprattutto alla cucina tradizionale. Nei menù natalizi del catanese, ciò che non mancano mai sono le scacciate e le cassate alla ricotta, nelle loro varie versioni e il
paese di Paternò, dove ho vissuto la mia infanzia, e ancor più le sue vie, diventava teatro di una festa allegra e gioiosa, dal sapore semplice e familiare.
Ricordo bene! Nei giorni che precedevano il Natale era un fermento collettivo: La stradina, le poche famiglie, il piccolo forno, i lavoratori di marmo e un piacevole vocio di donne, indaffarate a preparare le loro specialità, piatti tipici, profumo di crespelle, di dolci ripieni che uscivano dai forni e di risate e di giochi di bambini (c’ero anch'io) che aspettavano con golosità di assaggiare o rubacchiare qualche buon dolcetto. E’ insomma,  uno spettacolo a cielo aperto, perché tutto avveniva nella strada, considerato il salotto di casa, punto d’incontro della piccola comunità.
Tanta tradizione, come quella dei presepi che venivano arricchiti da ghirlande di arance tarocchi, prodotti tipici del luogo, e mandarini,come  il rito delle novene, davanti al presepe (cominciava  il 16 dicembre e finivano il 24) dove si riunivano a pregare, intonando canti, accompagnati dal suono della zampogna e noi bimbi aspettavamo la fine delle preghiere perché era rituale che la padrona di casa regalasse mandarini e sacchetti di caramelle. E noi c’eravamo, anche se assonnati, all'ultima novena, quella della notte di Natale in chiesa dove i suonatori, con la loro musica, trasmettevano pace e spiritualità e ricevevano, insieme ai presenti, il vino, l’uva passa, le paste delle lune e i fichi secchi.
Io ho un ricordo vivo del Natale a casa dei nonni materni: Ci si riuniva tutti, i figli e nipoti, e gli ultimi giorni, che precedevano il Natale, era un andirivieni di donne, teglie da infornare, cibi genuini e gustosi, e tanti dolci i cui ingredienti ci regalava la natura: fichi, mandorle, nocciole, pistacchi, arance, miele  con i quali si preparavano le famose “ lune” per la loro forma a mezzaluna, accompagnate da vermuth o marsala e i “bocconcini di arancia  mandorlata", ricetta della mia bisnonna. Questi sono i dolci tipici che sono ancora la mia consuetudine e quella delle mie nipoti.
Sulla tavola, ben apparecchiata per l’occasione, erano presenti i tradizionali antipasti come crespelle, salsiccia locale, scacciate, carciofi all'acciuga e aglio, cardi in pastella, baccalà fritto, seguiti, quasi sempre, dalle lasagne al sugo e poi ancora dalle costine di maiale, dall'agnello con patate al vino bianco per arrivare ai dolci della tradizione e sulla tavola trovavamo il melograno, l’uva sultanina, le noci e le mandorle che rappresentavano il simbolo dell’abbondanza e propiziavano la ricchezza e la fertilità.
Il profumo delle crespelle invadeva la sala da pranzo: la nonna e le zie, come in una catena di montaggio, manipolavano una pasta liquida, preparando  morbidissimi bocconcini sfiziosi, con filetti d’acciuga o con ricotta, con una tecnica raffinata e veloce che non si insegna e che, come spiegava mia madre, era considerato un dono antico e familiare che si acquisiva per imitazione ( io l’ho imparato, osservandola e aiutandola durante la preparazione). Potete provarci, ma può essere una buona opportunità, mangiarli in loco. Visitate Catania, potrete gustare tanto buon cibo di strada nei carretti o nelle tipiche bancarelle che smerciano queste meraviglie.
Vi presenterò il dolce natalizio " le lune" nella prossima pubblicazione.





giovedì 5 maggio 2016

Catania, la mia sicilianità e il cibo di strada



La mia sicilianità, mix di due culture, quella del catanese, dove sono nata, e quella del palermitano, dove sono vissuta fin dall’infanzia, mi permette di trattare la cucina di strada a Palermo e a Catania in modo personale; in quelle strade, animate dai richiami dei venditori, ho potuto assaporare pietanze gustose e particolarmente stuzzicanti.
La mia esperienza comincia a Catania quando piccolina accompagnavo la mia mamma a fare acquisti per la città, dove si faceva la prima colazione con latte di mandorla e iris e si concludeva, prima di tornare a casa, con l’arancino per me e, per la mia mamma, la cipollina, specialità  che acquistavamo per strada, fra le bancarelle: E’ la famosa cucina di strada che era ed è una tradizione che affonda le sue radici nella storia della città e nella contaminazione culturale con i popoli mediterranei: Una gastronomia da passeggio, che mantiene il legame con la cucina casalinga, consumata velocemente.
La cucina di strada, con il suo dedalo di vie, con i cibi economici, cucinati e consumati velocemente, é una ristorazione, a cielo aperto, un’antica e radicata consuetudine culturale.
E' un viaggio alla ricerca della ristorazione di strada, diffusa in tutta la città, abitata da chi vuol mangiare ancora autenticamente catanese.
Fiorisce soprattutto nei mercati, luoghi autentici come la pescheria, detta anche “Fera di lune” ma anche nei carretti vocianti, che girano per la città e nelle friggitorie: E’ come partecipare ad uno spettacolo teatrale.
Per dissetarsi, meta obbligatoria sono i chioschi, disseminati in ogni angolo della città, per un selz limone e sale, la bevanda estiva, quindi ci si può fermare in una delle tante “putie” ( le osterie di un tempo) per rifocillarsi con un panino di carne equina.
“L’arrusti e mangia” è infatti  un modo per indicare la consumazione della carne e in particolare quella di cavallo e di asina arrostita e i clienti, mentre aspettano, possono attingere ad un buffet di antipasti, ricco di tipicità come gli spiedini e le polpette,  posti sui tavolini alla buona, disposti sul marciapiedi.
Il famoso mercato del pesce è il più grande d’Italia, meglio noto come la pescheria, dove prima del palato sono gli occhi a gioire e dove la confusione, i profumi e i colori riportano molto più facilmente a suggestioni da bazar.

Vi si possono assaggiare vassoi di cicireddi, pesci piccolissimi infarinati e pronti ad essere fritti e mangiati all’istante, il mauro, “u mauru” in dialetto, alga croccante che si gusta con sale e limone oppure all’aceto, ormai talmente rara, da essere una delizia da vero gourmet.

Si tratta di un’erba marina dai lunghi filamenti callosi, che cresce spontanea lungo le coste laviche catanesi ma che è quasi scomparsa, per l’inquinamento. E ancora si possono gustare preparati di maiale, come il “sanguinaccio”,  il sangeli in dialetto ( a base di sangue di maiale) e lo zuzzo ( gelatina di carne).
In rosticceria si può gustare l’arancino, chiamato al maschile, grazie all’ambiguità della lingua siciliana che, per alcuni termini, accetta sia il maschile che il femminile ( a Palermo si chiama arancina e ha forma rotonda), la celeberrima cipollina, (specialità a base di pasta sfoglia, pomodoro, cipolla, mozzarella e prosciutto) e la mitica cipollata (pancetta di maiale , avvolta su cipolla lunga).
Cibo, Frutta, Agrumi, Cedro, EbraismoE ancora "le crespelle c’anciova e ca’ ricotta”, presenti sulle tavole anche a Natale  e San Giuseppe, sono delle frittelle di semola che vengono impastate con filetti di acciughe e ricotta, che vengono gustate  nelle rosticcerie. E’ facile era incontrare, per strada, anche i carretti colmi di “piretti”, cedri tagliati a fettine, disposte in piattini e conditi col sale.
Andando in giro per la città, è facile incontrare persone che mangiano passeggiando, a qualsiasi ora e soprattutto con le mani. E’ uno spettacolo!

martedì 3 maggio 2016

Baccala cui caliceddi?!?


Oggi, quando cucino il baccalà, lo accompagno con gli odori dell’orto e il finocchietto selvatico ma da bambina era tutta un’altra storia: Il nonno Nino prediligeva accompagnarlo con i getti dei caliceddi, cavoletti di vigna, cimette tenere di erba amara, spontanea; e tutte le volte, mia madre sapeva che avrebbe dovuto ingaggiare una disputa per farci apprezzare il piatto, spendere del tempo a decantarne la bontà che, secondo lei, era frutto del’incontro del gusto forte del baccalà e l’amarognolo dei caliceddi e il sermone era sempre lo stesso con la stessa frase ” siete prevenuti”  e si concludeva, toccando le corde affettive: ”Dareste un grande dispiacere al nonno e tu, Erminia, ancora di più, lo sai che è contento se mangi insieme a lui e condividi la sua soddisfazione. E io, regolarmente, dopo aver pestato i piedi e fattomi il pianto di rito, mi sedevo, insieme ai miei fratelli, a tavola con il mio nonnino, sapendo di farlo felice; e lui, soddisfatto ci raccontava, per l’ennesima volta, di questa verdura e delle sue proprietà. “Sono erbe che nascono, spontaneamente, dove le condizioni sono ottimali come le falde dell’Etna ma predilige, in modo particolare, i vigneti dove si trova in abbondanza e dove le donne, dopo la vendemmia, ritornano con busta e coltello, per raccogliere le foglie e le parti tenere da portare a casa e cucinarli con la salsiccia o con il baccalà.” “Ma pensate anche, diceva, alle virtù digestive e alla cura per svariate malattie: Le foglie pestate medicano ulcere e ferite e il decotto di caliceddi o cavulicelli, come vengono anche chiamati, cura bronchiti e asma, e tra me pensavo, ecco cosa beveva il nonno,  quando, quella volta, aveva la tosse e respirava male.
Con il trasferimento nel palermitano, le erbe di campo,  quelle selvatiche, che avevano avuto molta importanza nella nostra alimentazione paternese, sono state sostituite dagli ortaggi coltivati, facendoci, finalmente, capire la bontà di quelle verdure.
Da quel momento mia madre preparava o il baccalà  alla ghiotta con patate, olive, se presentato come piatto unico o con le erbe dell’orto, mandorle tostate e tritate, capperi e le gemme dei finocchietti, una miscela di odori e sapori tradizionali, i cui ingredienti sono particolarmente profumati, un altro gusto, rispetto a quello con i caliceddi, se seguiva altre pietanze e quest’ultima è sempre stata la mia ricetta.



Baccalà alle erbe aromatiche
Ingredienti
4 tranci di baccalà già ammollati, ben lavati e a cui sono state tolte le spine.
Trito di basilico, prezzemolo e finocchietto selvatico.
Mandorle tostate e tritate, olio extravergine d’oliva.
Una cipolla a rondelle, uno spicchio d’aglio schiacciato.
150 g. di pomodori pachino, tagliati in quattro pezzi.
Un cucchiaio di capperi dissalati, olive nere snocciolate.
Un bicchiere di vino bianco secco, sale e pepe.
Riso bollito,se volete farlo diventare piatto unico.






Preparazione

Rosolate in una casseruola, con un filo d’olio, la cipolla e l’aglio, quest’ultimo da eliminare quando prende colore, quindi aggiungete i tranci di baccalà, fateli dorare dai due lati per qualche minuto quindi aggiungete i capperi e sfumate con il vino bianco. Versate i pomodori tagliati in 4 pezzi, e salate leggermente, "se serve", e pepate. Fate cuocere a fuoco lento per circa 15 minuti, senza mai rimestare, per non sbriciolare il baccalà, ma scuotendo la casseruola. A cottura ultimata, servite i tranci su cui è stata distribuita granella di mandorle tritate, olive snocciolate e trito di erbe aromatiche per rendere il piatto saporito, profumato e invitante.
Se volete farlo diventare piatto unico, accompagnatelo con il riso.





Qualche notizia sulle proprietà du "caliceddu

Questa erba, amara, appartiene alla specie del cavolo selvatico, nasce spontanea e proprio perché non è frutto di una selezione umana ma solo quella naturale, nasce  dove le condizioni sono ottimali; si trova in abbondanza, nel periodo autunnale fino a primavera, sui terreni vulcanici e, per questo, è particolarmente diffusa nel territorio etneo.  Totalmente sconosciuta,  in quasi tutto il territorio nazionale. 
 

domenica 1 maggio 2016

Polpette di patate con il cuore di ricotta




E la patata sposa la ricotta! I due ingredienti creano un insieme armonico.  
 E’ un piatto semplice ma gustoso, fatto di materie prime genuine e non troppo lavorate, in modo da esaltarne le caratteristiche e i sapori. Mia madre li preparava quando aveva poco tempo ma voleva essere certa che avremmo apprezzato il piatto; ed era così perché ne arrivavano poche a tavola: Mentre lei friggeva noi, di nascosto, li mangiavamo . Che meraviglia!

Ingredienti
400 g. di patate bollite, pelate e ridotte in purea
3 tuorli d’uova sbattuti; 60 g. di parmigiano grattugiato, 200 g. di ricotta schiacciata con la forchetta, pangrattato, olio extravergine, sale e pepe.

Preparazione
In una terrina ponete la purea di patate, i tuorli sbattuti, il parmigiano grattugiato, sale e pepe e amalgamate il tutto. Aggiungete il pangrattato, quanto basta, per ottenere un impasto omogeneo e consistente.

Procedimento per formare le polpette di patate con il cuore di ricotta
 


Mettete un pò di composto sulla mano, disposta a forma di conca, e, dopo averlo livellato, ponete sopra un cucchiaino di ricotta e copritela con altro impasto, formando con le mani una polpetta. Continuate a preparare polpette fino a quando non avrete finito il composto.

Preparazione finale
Formate le polpette, passatele nel pangrattato e friggetele in una padella larga con molto olio extravergine, quindi asciugatele su un foglio di carta da cucina, per eliminare l’olio superfluo.
Sistemate in un piatto largo, sopra delle foglie di lattuga, e servite.