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lunedì 23 maggio 2016

L'esploratrice e il palazzo dei misteri



Il paese, che ci ospitava, era costituito solo da una grande via, chiamata “lo stradone”, divisa a metà dalla piazza su cui si affacciavano delle botteghe di artigiani, la tabaccheria, un cinema, e l’ufficio postale. Essa partiva dalla periferia, una zona aperta e, attraversando il paese, con la scuola elementare, la chiesa madre, il municipio e l'istituto di agraria, proseguiva verso i paesi limitrofi. Era un piccolo paese con economia agricola, tanti  braccianti, le figure di rito come il parroco, il maresciallo dei carabinieri, il medico condotto e il “padrino” di turno. Abitavamo da qualche mese vicino alla piazza, quando mio padre ci comunicava che ci saremmo trasferiti in periferia, una palazzina di nuova costruzione di pochi appartamenti, sita al centro di un grande spazio aperto, con alle spalle un agrumeto che emanava fragranza di zagara, la cava di pietra a sinistra  e, più avanti, il casello ferroviario con la piccola costruzione rossa, le cui finestre erano adornate da piante di gerani e di  fronte il mercato all'ingrosso di frutta e verdura, seguito da una grande tenuta con uno splendido palazzo ottocentesco, purtroppo in degrado, ma immerso nel verde con agrumeto e piante da frutta. Com'erano buone quelle nespole! Quanto ho amato quel luogo e quanto tempo ho dedicato alla sua esplorazione: Si partiva, in gruppo, in spedizione e io ero il maschiaccio in gonnella che si misurava sulla “l’arrampicata” del grande albero di nespolo, che catturava scarafaggi, mostrandoli come un trofeo, nel barattolo di vetro e che entrava, per prima, nel vecchio palazzo fatiscente, alla ricerca del tesoro. Ero definita "la temeraria" da mia madre, da quando ne era venuta a conoscenza.
E andavo, spesso, nella tenuta, a cimentarmi con la paura, accompagnata solo dal mio fido Apollo, il mio pastore tedesco, che mio padre mi aveva regalato, forse pensando che avessi bisogno di protezione. E’ stato il mio compagno di giochi ma anche il protettore di tutti noi fratelli soprattutto  quando mia madre minacciava gli schiaffi, per le nostre malefatte: Apollo tentava, con le zampe anteriori, di bloccarle le braccia, spesso graffiandola, ma si faceva perdonare con il suo affetto. In questo paese, abbiamo dovuto imparare tante cose e superare tante difficoltà: La comprensione di molte parole del dialetto palermitano, le abitudini, gli atteggiamenti dei paesani che ci chiamavano “chiddi di fora”, ma soprattutto confrontarci con la loro cucina; spesso veniva a trovarci “A mantellina”, in quel paese tutti avevano un soprannome, la signora del piano terra che, un giorno, vedendo mia madre pulire le foglie dei "taddi" (1) così li chiamavano nel catanese, le foglie di una pianta rampicante con la zucchina lunga per preparare la minestra, le disse, dopo aver conosciuto la nostra ricetta di famiglia, che quella dei palermitani, che li chiamavano tenerumi, (2) era ben diversa e mia madre, che aveva colto la sua curiosità, aveva spiegato che era facile trovare, in molte zone della Sicilia, ricette diverse: Chi preparava i taddi/tenerumi in bianco (senza il pomodoro a picchio pacchio), chi con cipolla,  chi con il pomodoro e la zucchina lunga, chi con patate a tocchetti; e ancora chi li mangiava con gli spaghetti e chi con la margherita ( pasta lunga arricciata ai lati), rigorosamente spezzettati e anche fredda. La minestra, con questa verdura, è, al di là delle diverse ricette, un piatto molto nutriente, ricco di fibre, minerali e vitamine; ha diverse proprietà benefiche e aiutano il sistema digerente.   .

Minestra di tinnirumi/ taddi e zucchina lunga con pasta spezzata

Ingredienti
Spaghetti spezzati ( 50 g. a persona)
4 mazzi di tinnirumi: si scelgono le foglie più tenere e i germogli: lavateli  parecchie volte per togliere la terra fino a quando l’acqua non sarà pulita, quindi scolateli e sminuzzateli
½ Zucchina: pelatela e tagliatela a pezzetti
4 Pomodori, 1 spicchio d’aglio, olio extravergine, sale
Parmigiano a pezzetti e un pizzico di pepe 

Preparazione
Salsa:  mettete in padella 4 pomodori pelati e senza semi, tagliati a pezzi e schiacciati con la forchetta, aggiungete uno spicchio d’aglio, olio, sale e fate cuocere in padella per 5 minuti, quindi eliminate l’aglio.
Tinnirumi: In una pentola far bollire un litro d’acqua,aggiungere gli zucchini e i tenerumi sminuzzati, mescolare, salare e lasciarli cuocere, quindi aggiungere gli spaghetti spezzata. Quando la pasta sarà quasi cotta, aggiungere la salsa di pomodoro e pezzetti di parmigiano con il pepe, a cottura finita, versare nei piatti, con un filo d'olio. Gustatela!

Qualche notizia in più
La zucca della lagenaria longissima, dal colore verde chiarissimo, è possibile gustarla soltanto in estate; ha una forma cilindrica e molto lunga che può arrivare fino a 2 metri ma è opportuno mangiarla prima che diventi legnosa, quando raggiunge i 25 cm. In Italia è coltivata soprattutto in Sicilia ( io trovo i tenerumi e la zucca al mercato coperto dei contadini di Porta Palazzo, a Torino), le foglie di queste zucche, che hanno proprietà rinfrescanti e diuretiche, danno una minestra molto buona. Come ho già detto, sono tante le versioni di una stessa ricetta in Sicilia e anche per questa minestra abbiamo una versione catanese, che si traduce in un’ottima minestra, ed una palermitana, asciutta. Vi consiglio di assaggiarle entrambi, oltre ad essere gustose, sono anche curativa, una vera bontà!

(1) Taddi, termine dialettale catanese; trasformazione della parola greca tallj che significa germogli,
 ( trasformazione della doppia L in doppia D);
(2) il termine tenerumi non ha un vero e proprio corrispondente nella lingua italiana, per assonanza e per significato, si può associare al nome di tenerezze, infatti al tatto queste foglie sono molto morbide.

martedì 10 maggio 2016

Le linguine al picpac e il dialetto palermitano






A luglio del 1952, con la chiusura dell’anno scolastico, abbiamo raggiunto la zona del palermitano perché il nonno, aveva deciso di andare in pensione e ritirarsi a casa della zia, " permettendo" a mio padre  di ricongiugere la famiglia. La decisione dell'ottantaseienne Marx,  come lo chiamavamo noi nipoti per la lunga barba bianca, aveva meravigliato tutti e soprattutto gli abitanti del paese che ne apprezzavano la personalità, l’autorevolezza, la scrupolosità e, come dicevano, la capacità, con il suo comportamento, di “ mitteri o so postu i malandrini”.
Invece la partenza da Paternò era stata dolorosa ed emozionante, soprattutto per me: Il nonno Nino, che era stato il mio compagno di giochi e di vita, nascondendo le lacrime, mi raccomandava di fare la brava, di tornare spesso a trovarlo e di ricordarmi sempre che nelle piccole cose avrei trovato gioia e serenità. Aveva proprio ragione! Ancora oggi il mondo contadino mi accompagna: I cibi, gli ingredienti, gli odori, la spontaneità e la semplicità nel rapporto con gli altri, ne è un esempio.
Giunti nella nuova abitazione, ci aspettava  la cameriera Peppina che, vista l’ora, aveva preparato il pranzo, costituito anche da “Linguine al “picchio pacchio”. Non potete immaginare lo stupore e il disagio nel sentire questo termine perché, nel catanese, indica il sesso femminile e mio padre, anticipando una possibile domanda, ci spiegò che l' onomatopeia era associata al “picpac…” che fa il pomodoro quando cuoce. Vi assicuro che non è stata l’unica parola che ci ha creato qualche problema: “Muffuto” cosi  era stato apostrofato mio fratello, in classe, dal compagno, sconvolgendo mia madre, pensava alla muffa, che non sapeva che il termine significasse spione,  e  non parliamo delle difficoltà nell’acquistare i vari formati di pasta: a Catania“I curadduzzi , coralli come quelle delle collane, a Palermo si chiamavano ditalini e quante altre volte si tornava a casa per spiegare che quello che cercavamo apparteneva ad altro formato; e ancora il verbo infilare e inficcare, l'uno palermitano l'altro catanese, con significato sessuale.
La “salsa a picchio pacchio o pic pac”, primo piatto della cucina palermitano, è stato apprezzato subito da tutti noi perché buono, di facile preparazione ma soprattutto perché rispecchiava il gusto e la genuinità dei cibi della cucina dei nonni materni: L’odore erboso dei pomodori appena raccolti, quello pungente dell’aglio e il profumo del basilico, il cui aroma rende il gusto inconfondibile.
La salsa dà gusto anche alle le minestre e alla pasta coi tenerumi, verdura che trovo in estate  al mercato dei contadini di porta palazzo di Torino,  e con la borragine o  coi babbaluci ( lumache) al pic pac.
La qualità privilegiata è il pomodoro sammarzano o il riccio a canestro corleonese, dal gusto antico che, in inverno, è sostituito da quello in scatola, di una buona qualità.
E' talmente semplice e veloce preparare questo piatto che puoi contemporaneamente occuparti della salsa e della cottura della pasta.
                                               Le linguine a picchio pacchio
1 kg di pomodori sammarzano o riccio a canestro, pelati, senza semi e schiacciati con la forchetta, aglio 2 spicchi, un mazzetto di basilico, sale, olio extravergine
Linguine ½ kg
La preparazione
A differenza dei palermitani, (friggono cipolla e aglio e poi aggiungono il pomodoro) mia madre, ritenendo che i gusti sarebbe rimasti” più netti ”, preferiva cuocere, in padella, tutti gli ingredienti insieme: Il pomodoro pelato e senza semi, schiacciato con la forchetta, olio extravergine, l’aglio e una parte di basilico, salare e cuocere per circa 10 minuti, ricordandosi di aggiungere, prima di spegnere, il resto del basilico. Dopo aver scolato la pasta, versarla in padella e amalgamarla con il pomodoro. Servire a tavola con qualche foglia di basilico fresco e buon appetito.