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giovedì 5 maggio 2016

Catania, la mia sicilianità e il cibo di strada



La mia sicilianità, mix di due culture, quella del catanese, dove sono nata, e quella del palermitano, dove sono vissuta fin dall’infanzia, mi permette di trattare la cucina di strada a Palermo e a Catania in modo personale; in quelle strade, animate dai richiami dei venditori, ho potuto assaporare pietanze gustose e particolarmente stuzzicanti.
La mia esperienza comincia a Catania quando piccolina accompagnavo la mia mamma a fare acquisti per la città, dove si faceva la prima colazione con latte di mandorla e iris e si concludeva, prima di tornare a casa, con l’arancino per me e, per la mia mamma, la cipollina, specialità  che acquistavamo per strada, fra le bancarelle: E’ la famosa cucina di strada che era ed è una tradizione che affonda le sue radici nella storia della città e nella contaminazione culturale con i popoli mediterranei: Una gastronomia da passeggio, che mantiene il legame con la cucina casalinga, consumata velocemente.
La cucina di strada, con il suo dedalo di vie, con i cibi economici, cucinati e consumati velocemente, é una ristorazione, a cielo aperto, un’antica e radicata consuetudine culturale.
E' un viaggio alla ricerca della ristorazione di strada, diffusa in tutta la città, abitata da chi vuol mangiare ancora autenticamente catanese.
Fiorisce soprattutto nei mercati, luoghi autentici come la pescheria, detta anche “Fera di lune” ma anche nei carretti vocianti, che girano per la città e nelle friggitorie: E’ come partecipare ad uno spettacolo teatrale.
Per dissetarsi, meta obbligatoria sono i chioschi, disseminati in ogni angolo della città, per un selz limone e sale, la bevanda estiva, quindi ci si può fermare in una delle tante “putie” ( le osterie di un tempo) per rifocillarsi con un panino di carne equina.
“L’arrusti e mangia” è infatti  un modo per indicare la consumazione della carne e in particolare quella di cavallo e di asina arrostita e i clienti, mentre aspettano, possono attingere ad un buffet di antipasti, ricco di tipicità come gli spiedini e le polpette,  posti sui tavolini alla buona, disposti sul marciapiedi.
Il famoso mercato del pesce è il più grande d’Italia, meglio noto come la pescheria, dove prima del palato sono gli occhi a gioire e dove la confusione, i profumi e i colori riportano molto più facilmente a suggestioni da bazar.

Vi si possono assaggiare vassoi di cicireddi, pesci piccolissimi infarinati e pronti ad essere fritti e mangiati all’istante, il mauro, “u mauru” in dialetto, alga croccante che si gusta con sale e limone oppure all’aceto, ormai talmente rara, da essere una delizia da vero gourmet.

Si tratta di un’erba marina dai lunghi filamenti callosi, che cresce spontanea lungo le coste laviche catanesi ma che è quasi scomparsa, per l’inquinamento. E ancora si possono gustare preparati di maiale, come il “sanguinaccio”,  il sangeli in dialetto ( a base di sangue di maiale) e lo zuzzo ( gelatina di carne).
In rosticceria si può gustare l’arancino, chiamato al maschile, grazie all’ambiguità della lingua siciliana che, per alcuni termini, accetta sia il maschile che il femminile ( a Palermo si chiama arancina e ha forma rotonda), la celeberrima cipollina, (specialità a base di pasta sfoglia, pomodoro, cipolla, mozzarella e prosciutto) e la mitica cipollata (pancetta di maiale , avvolta su cipolla lunga).
Cibo, Frutta, Agrumi, Cedro, EbraismoE ancora "le crespelle c’anciova e ca’ ricotta”, presenti sulle tavole anche a Natale  e San Giuseppe, sono delle frittelle di semola che vengono impastate con filetti di acciughe e ricotta, che vengono gustate  nelle rosticcerie. E’ facile era incontrare, per strada, anche i carretti colmi di “piretti”, cedri tagliati a fettine, disposte in piattini e conditi col sale.
Andando in giro per la città, è facile incontrare persone che mangiano passeggiando, a qualsiasi ora e soprattutto con le mani. E’ uno spettacolo!

martedì 3 maggio 2016

Baccala cui caliceddi?!?


Oggi, quando cucino il baccalà, lo accompagno con gli odori dell’orto e il finocchietto selvatico ma da bambina era tutta un’altra storia: Il nonno Nino prediligeva accompagnarlo con i getti dei caliceddi, cavoletti di vigna, cimette tenere di erba amara, spontanea; e tutte le volte, mia madre sapeva che avrebbe dovuto ingaggiare una disputa per farci apprezzare il piatto, spendere del tempo a decantarne la bontà che, secondo lei, era frutto del’incontro del gusto forte del baccalà e l’amarognolo dei caliceddi e il sermone era sempre lo stesso con la stessa frase ” siete prevenuti”  e si concludeva, toccando le corde affettive: ”Dareste un grande dispiacere al nonno e tu, Erminia, ancora di più, lo sai che è contento se mangi insieme a lui e condividi la sua soddisfazione. E io, regolarmente, dopo aver pestato i piedi e fattomi il pianto di rito, mi sedevo, insieme ai miei fratelli, a tavola con il mio nonnino, sapendo di farlo felice; e lui, soddisfatto ci raccontava, per l’ennesima volta, di questa verdura e delle sue proprietà. “Sono erbe che nascono, spontaneamente, dove le condizioni sono ottimali come le falde dell’Etna ma predilige, in modo particolare, i vigneti dove si trova in abbondanza e dove le donne, dopo la vendemmia, ritornano con busta e coltello, per raccogliere le foglie e le parti tenere da portare a casa e cucinarli con la salsiccia o con il baccalà.” “Ma pensate anche, diceva, alle virtù digestive e alla cura per svariate malattie: Le foglie pestate medicano ulcere e ferite e il decotto di caliceddi o cavulicelli, come vengono anche chiamati, cura bronchiti e asma, e tra me pensavo, ecco cosa beveva il nonno,  quando, quella volta, aveva la tosse e respirava male.
Con il trasferimento nel palermitano, le erbe di campo,  quelle selvatiche, che avevano avuto molta importanza nella nostra alimentazione paternese, sono state sostituite dagli ortaggi coltivati, facendoci, finalmente, capire la bontà di quelle verdure.
Da quel momento mia madre preparava o il baccalà  alla ghiotta con patate, olive, se presentato come piatto unico o con le erbe dell’orto, mandorle tostate e tritate, capperi e le gemme dei finocchietti, una miscela di odori e sapori tradizionali, i cui ingredienti sono particolarmente profumati, un altro gusto, rispetto a quello con i caliceddi, se seguiva altre pietanze e quest’ultima è sempre stata la mia ricetta.



Baccalà alle erbe aromatiche
Ingredienti
4 tranci di baccalà già ammollati, ben lavati e a cui sono state tolte le spine.
Trito di basilico, prezzemolo e finocchietto selvatico.
Mandorle tostate e tritate, olio extravergine d’oliva.
Una cipolla a rondelle, uno spicchio d’aglio schiacciato.
150 g. di pomodori pachino, tagliati in quattro pezzi.
Un cucchiaio di capperi dissalati, olive nere snocciolate.
Un bicchiere di vino bianco secco, sale e pepe.
Riso bollito,se volete farlo diventare piatto unico.






Preparazione

Rosolate in una casseruola, con un filo d’olio, la cipolla e l’aglio, quest’ultimo da eliminare quando prende colore, quindi aggiungete i tranci di baccalà, fateli dorare dai due lati per qualche minuto quindi aggiungete i capperi e sfumate con il vino bianco. Versate i pomodori tagliati in 4 pezzi, e salate leggermente, "se serve", e pepate. Fate cuocere a fuoco lento per circa 15 minuti, senza mai rimestare, per non sbriciolare il baccalà, ma scuotendo la casseruola. A cottura ultimata, servite i tranci su cui è stata distribuita granella di mandorle tritate, olive snocciolate e trito di erbe aromatiche per rendere il piatto saporito, profumato e invitante.
Se volete farlo diventare piatto unico, accompagnatelo con il riso.





Qualche notizia sulle proprietà du "caliceddu

Questa erba, amara, appartiene alla specie del cavolo selvatico, nasce spontanea e proprio perché non è frutto di una selezione umana ma solo quella naturale, nasce  dove le condizioni sono ottimali; si trova in abbondanza, nel periodo autunnale fino a primavera, sui terreni vulcanici e, per questo, è particolarmente diffusa nel territorio etneo.  Totalmente sconosciuta,  in quasi tutto il territorio nazionale. 
 

martedì 19 aprile 2016

La memoria, quel filo invisibile....

M’imbarco per Catania, triste e pensierosa, destinazione Paternò, per una visita alla tomba dei nonni e, nello stesso tempo, per controllare i lavori di manutenzione della stessa, affidati al marmista del paese.
Chiudo gli occhi, sperando di rilassarmi, ma nella mia mente si affollano pensieri e immagini della mia infanzia: La memoria, quel filo invisibile che ci lega al passato, sfuggita al mio controllo, mi riporta indietro col tempo e al rapporto con la persona più importante della mia vita, il nonno che, come in un filmino, rivedo in cucina, il giorno dei morti, insieme ai miei fratelli e mia madre,  mentre, come da consuetudine,  fa colazione “ca muffuletta cunsata” prima di accompagnarci al cimitero, per salutare i nostri morti e lasciare un fiore, dopo aver recitato una preghiera. 
E il ricordo, come una cinepresa, proietta l'immagine del mio “compagno di giochi” che, tenendomi per mano, sale la storica collina che porta al cimitero monumentale del paese, dove il panorama, mi sussurra all'orecchio, la fa da padrona:”Guarda la nostra ricchezza, dice, quella distesa di verde, i nostri agrumeti, e quelle pennellate di rosso, i tarocchi, che fanno della nostra terra, una miniera d’oro”. Quante sensazioni e quante emozioni, mi ritrovo davanti l’uscio, rivedo la figura del nonno che, come tutte le sere, verso il calar del sole, torna a casa, con il suo vecchio e fidato "ciuco",  carico di frutta e ortaggi; si, io aspetto il suo ritorno sempre con grande gioia e curiosità e lui lo sa e spesso si diverte ad osservare la mia delusione  quando mi comunica che non ha raccolto i fichi, da cui dipende la mia merenda,  delusione che diventa allegria e abbracci alla “mia roccia” quando, sorridendo, mi porge “u panareddu” pieno dei frutti attesi, poggiati delicatamente sulle foglie della pianta.
E le immagini si sostituiscono ad altre immagini: Mi ritrovo in campagna durante la raccolta delle olive, riprovando l’antica emozione: Le donne che, cadenzano i movimenti della raccolta, con il canto, e il mio nonnino che, dopo aver seguito i  miei sforzi, mi solleva perché possa raggiungere i rami più alti.
Si, il mio nonnino, la persona più importante, l’unica che, dopo cena, mi raccontava le storielle e mi parlava della terra e della sua ricchezza che permetteva alle famiglie di vivere con dignità, la persona che mi ha insegnato ad amare le piccole cose, a divertirmi “cu nienti", sfruttando l’immaginazione, come ripeteva spesso.
Improvvisamente, il brusco risveglio, il ritorno alla realtà , la voce del comandante che comunica l’arrivo all'aeroporto di Catania e io, serena, mi avvio all'uscita, felice, sapendo che, da lì a poco, avrei portato il mio affettuoso saluto, al mio compagno di vita.









sabato 2 aprile 2016

U fassumauru o bruciuluni, il piatto burla dei siciliani

Arrivati nel palermitano, oltre alla nuova realtà ambientale, affrontammo anche una nuova terminologia lessicale: “Picchio pacchio”, riferito al pomodoro, è stata la prima parola che ci ha procurato stupore e disagio, quel termine, nel catanese, indicava il sesso femminile, mentre nel palermitano veniva associato al rumore pic..pac..pic..pac..che fa il pomodoro, durante il bollore, ci aveva spiegato mia padre. E tutti i giorni, imparavamo e arricchivamo il nostro vocabolario e dopo muffuto che non voleva dire ammuffito, ma spione, e mio fratello Gaetano ne sapeva qualcosa, i maccaruni e dittalini,  sinonimi rispettivamente di cannaruzzuni e curadduzzu, nel catanese , abbiamo scoperto che anche il rotolone di carne ripieno, il più conosciuto e rinomato secondo piatto isolano, mia madre lo preparava la domenica e nei giorni di festa, i palermitani lo chiamavano “ u bruciuluni” e noi lo conoscevamo come “fassumauro”, falsomagro. A tavola, l'argomento principale era la difficoltà con il dialetto palermitano e mia sorella Agnese si divertiva a mettere in difficoltà mio padre, chiedendo l'origine e la storia dei termini, quella volta toccò alla parola " bruciuluni”, nome che secondo lei era usato impropriamente,  dai palermitani, rispetto alle sue origini: Tante sono le parole locali che, ogni giorno, mi stupiscono e mi confondono, disse, ma il termine bruciuluni, proprio lo trovo strano, improprio rispetto al piatto di carne che conosciamo bene; avevo chiesto notizie alle signore del vicinato e anche alla zia Mariuccia, ma non mi hanno convinta, mentre le notizie storiche e culturali, datemi dal mio professore d’italiano, hanno rafforzato la mia convinzione, facendomi concludere che la denominazione più corretta fosse quella catanese “fassumauro” che è la storpiatura della frase francese “viand farcie de maigre”, carne farcita di magro, come mi ha spiegato il mio insegnante.  E poi risponde anche al carattere burlone dei siciliani che vogliono, con questo termine, traendo in inganno, divertirsi perché u fassumauru, continuò mia sorella, prepara ad una  sorpresa, all'esterno si presenta come un rotolo stretto e lungo di carne magra  ma, tagliato a fette, è invece una vera propria leccornia di delizie. 
Mio padre, dopo averla ascoltata attentamente,  facendole i complimenti per l’interessante analisi, spiegò: Il piatto è nato proprio a Palermo, anche se poi si è diffuso in tutta l’isola, grazie alle donne, che lavorando nelle cucine dei signori, proponevano le ricette alle loro famiglie, sostituendo, naturalmente, gli ingredienti costosi, che non potevano permettersi, con prodotti poveri; “ma vogliamo sapere perché lo hanno chiamato “bruciuluni”, rispose mio fratello Gaetano e mio padre: La spiegazione più comune è che la fetta di carne utilizzata, somiglia ad una braciola ma le persone anziane raccontano che il nome è dovuto alla cottura, che inizialmente, avveniva alla brace e che permetteva di colorire e rendere croccante, la carne, senza farla asciugare, ma spesso, purtroppo, “s’abbruciava”e da qui il termine  bruciuluni.
Quante chiacchierate e quante curiosità soddisfatte! Siamo stati fortunati a nascere e vivere in Sicilia che, come diceva mio fratello Gaetano, “è una terra poliedrica, ricca di contraddizioni, di sole, mare e buona terra, insomma una benedizione divina”.


U fassumauru alla catanese, in  bianco
Ingredienti
Fesa di vitello battuta; 1 cipolla; 200 g. di mortadella a fette sottili; 4 uova sode sgusciate;
impasto di carne tritata ( come si fa con le polpette, mescolare 250 g.  di carne tritata, con un uovo battuto, mollica di pane bagnata nel latte e 100g. di parmigiano); ½ bicchiere di vino bianco, olio extravergine d’oliva, 2 mestoli di brodo di carne o vegetale.
Contorno: In padella, con un filo d’ olio extravergine, si fanno rosolare, per qualche minuto, i piselli e la cipolla, salati e  pepati, quindi con l’aggiunta di mezzo bicchiere d’acqua far cuocere e asciugare. 

Preparazione
Spianare la fetta di fesa, ricoprirla di mortadella e stendervi l’impasto di carne macinata su cui vengono sistemate le 4 uova intere, nel senso della lunghezza. Dopo aver arrotolato la carne, formare un grosso involtino, "u fassumauru", i cui due estremi devono risultare ben chiusi, per evitare la fuoruscita delle uova, e legato ben stretto con lo spago da cucina; posto in una capiente casseruola con olio extravergine, fare rosolare il rotolo con della cipolla a fette sottili,  sfumarlo con il vino bianco e fare evaporare, quindi aggiungere due mestoli di brodo. Coprire la casseruola con il coperchio e far cuocere, a fiamma bassa, per circa un’ora, girando, ogni tanto, il grosso involtino per rendere la cottura uniforme. Spento il fuoco, dopo averlo fatto raffreddare e tagliato a fette spesse, presentarlo con contorno di piselli.







giovedì 31 marzo 2016

U maccu e a quartara




“U maccu è fattu di favi vugghiuti e rivugghiuti fino a quannu si squaglianu tutti…..”
        ( il macco è fatto di fave bollite e ribollite fino a quando si sfarinano tutte)

U maccu era ed è uno dei piatti di famiglia, esclusivamente di fave secche sbucciate , olio extravergine d’oliva, finocchietto selvatico, sale e pepe nero, autenticamente contadino, come lo era mio nonno che lo portava in campagna,era il pasto di mezzogiorno,  conservato "na quartara”, anfora di terracotta, sigillata ermeticamente ( aveva la stessa funzione del termos di oggi), e legata al basto del suo mulo, e quando la sera rientrava, mio nonno mi permetteva di aiutarlo a portare a casa "a quartara", la stessa che, in estate, serviva, per mantenere fresca l'acqua . La pietanza costituiva un piatto unico e un’ottima fonte di energia perché le fave  sostituivano le proteine animali.
Era molto apprezzata anche da mia madre che la riteneva oltre che gustosa, erroneamente, poco calorica ( 100 g. di fave fresche hanno un apporto energetico di 37 calorie rispetto a quelle secche dello stesso peso di 342 calorie); a lei e alla sua perseveranza dobbiamo l’apprezzamento di noi tutti, per questo piatto, anche delle nipoti che oggi, mamme,  lo propongono ai figli. E’ una ricetta ancora presente nella mia tavola perché la trovo straordinariamente buona e delicata; ricordo ancora, nei mesi invernali, la nonna cucinare “I favi a sali minutu”, semplicemente lesse con la buccia, scolate e condite con olio, aceto, peperoncino ed erbe aromatiche, come piaceva a nonno Nino e “la zuppa” di fave con varie verdure e consumata come piatto unico con pane casereccio, olio extravergine e sale.

“U maccu”
Ingredienti
Fave secche decorticate, finocchietto selvatico, pomodoro, olio extravergine d0oliva, sale, pepe nero

Preparazione
Mettere nel tegame le fave decorticate con un poco d’acqua tiepida, finocchietto selvatico e pomodoro. Man mano che l’acqua si asciuga, aggiungerne altra sempre lievemente riscaldata. Passati 20 m., le fave cotte assumono l’aspetto di una purea che, accompagnata da un filo d’olio, sale e pepe, viene gustata con pane casereccio.
 
Ricordate
Scegliere sempre i legumi secchi che siano stati raccolti da non più di un anno ed eliminare quelli macchiati o che galleggiano, quando vengono versati nel tegame.
Ottima la scelta della pentola di coccio perché mantiene la temperatura uniforme, indispensabile il cucchiaio di legno per non sfaldare i legumi ( mia madre ci ha sempre detto che il cucchiaio di metallo fermava la cottura), importante il fuoco costante e al minimo, aggiungere il sale alla fine perché altrimente indurisce i legumi  e ricordarsi di usare sempre acqua tiepida, durante la cottura.





martedì 22 marzo 2016

Signorina io l'amo, lei pure? E furono anni difficili





Oltre a quelli egadini, sulla nostra tavola, troviamo i piatti di carne e di verdure della cucina di mia madre, nata a Paternò (CT), come noi figli, dove la produzione di agrumi, famose le arance tarocchi, la fa da padrona.
E quando, curiosi, le chiedevamo come fosse avvenuto l’incontro con mio padre, la risposta era sempre la stessa: Sul un treno per Messina.
Nel rievocare con civetteria il momento, ricordava l’atto di stropicciare e gettare dal finestrino il biglietto ferroviario, che le aveva fatto cadere sulle ginocchia l’affascinante compagno di viaggio, dove aveva scritto:  “Signorina io l’amo lei pure? ; vedeva ancora il viso dello sfacciato giovanotto che, un mese dopo, si era ritrovato davanti al portone di casa, non è chiaro come avesse avuto l’indirizzo, per chiedere ai suoi genitori la sua mano e ancora ricordava come quel mascalzoncello era riuscito ad accattivarsi la simpatia della famiglia, travolta da questo uragano pieno di vita, generoso e sensibile, a cui si affezionerà fino a sentirlo come un figlio.
la cena serale, raccontava mia madre, era stata particolarmente stuzzicante: le schiacciate con varie farciture, accompagnate da un particolare vino della zona, avevano costituito l'interesse di mio padre che sentiva il calore della nuova famiglia.


Ma da li a poco sarebbe accaduto il peggio.                                              Chi rifiuterà la decisione sarà il nonno barbuto, reduce dall'allontanamento da Favignana per Benevento prima e in un paese mafioso del palermitano poi perché non aveva accettato la tessera del fascio; il vecchio Karl Marx, come lo chiameremo noi fratelli, alla notizia del matrimonio, comunicherà al figlio l’immediato licenziamento dal posto di lavoro che, lui stesso, gli aveva offerto, seguito, il giorno dello sposalizio, da un telegramma di auguri, in cui vi era scritto “ Sarete domani ciò che siete oggi , il nulla!.” 
Sono stati anni difficili, raccontava mia madre, passeranno molti anni prima di ritrovare la serenità.
Siamo stati ospiti dei nonni materni, amati coccolati e aiutati . Finalmente per intercessione della madre, il vecchio Marx richiama mio padre a Palermo e lo reintegra nel posto di lavoro ma con la clausola  "solo tu ". Per molti anni abbiamo goduto della presenza di mio padre a Natale, Pasqua e le ferie estive. Sarà la morte della nonna materna a dare una svolta alla storia della nostra famiglia : Mio nonno si ritirerà, ospite della zia Olga permettendo a mio padre di ricongiungere la famiglia. E comincia una bella storia! 



sabato 5 marzo 2016

le sarde a beccafico alla palermitana o alla catanese?




E anche le sarde a beccafico, a casa dei nonni, avevano una preparazione alla catanese e personalizzata: Le sardine, aperte a libro, contenevano un ripieno di pangrattato, uovo sbattuto e caciocavallo, questi ultimi ingredienti, fortemente punitivi del  gusto del pesce, sosteneva mio padre. 
E quindi avveniva, sembrava una scenetta comica, che lui preparasse la ricetta alla palermitana e mia madre la sua; sicuramente vi chiederete, e voi figli? I miei fratelli preferivano la ricetta alla catanese perché, contenendo l'impasto di uovo e il formaggio, somigliava alla frittata, e fritti in padella, secondo loro, era più buona, dicevano, e saziava di più; io e mia sorella Agnese preferivamo la ricetta palermitana perché, lo ripeteva sempre mia sorella, aveva un gusto prelibato, leggero e gli aromi di alloro e il succo di limone, spesso sostituito con quello di arancia, davano un particolare sapore.
Quando arrivammo nel palermitano, mia madre, stranamente, forse adeguandosi al nuovo ambiente, preparava la ricetta locale e quando, un giorno, mia sorella Agnese le chiese come mai avesse cambiato abitudine, mia madre rispose: "Per rispetto ai nonni che non avrebbero capito, si sarebbero sentiti a disagio e colpevoli di creare screzi tra me e vostro padre; l'avrei fatto molto prima, i sardi a beccafico alla palermitana contengono anche l'uva di Corinto che, come sai, possiede molte proprietà benefiche, per la salute e per la bellezza." Mia madre non si smentiva mai!
E "i sardi a beccafico ,alla palermitana, sono ancora oggi il piatto di casa che, oltre ad essere molto buono e anche scenografico. 


                                             
“Sarde a beccafico” alla palermitana

Ingredienti: sarde, cipolla, uva di Corinto, pinoli, pangrattato abbrustolito (con un filo d’olio e un filetto di acciughe salate), sale e pepe.

Sarde: squamare, eviscerare, eliminare la testa e le lische delicatamente, passare sotto l’acqua e aprirle a libro, mantenendo la coda.
 La farcitura: In padella dorare della cipolla tritata con un poco d’olio extravergine d’oliva, aggiungere il pangrattato abbrustolito, i pinoli, l’uva di Corinto, sale e pepe,buccia di limone grattugiata e quindi amalgamare bene.
Preparazione: Dopo aver adagiato sulle sarde un po’ di ripieno, arrotolarle con il codino verso l’alto e fermarli con uno stuzzicadenti; disporle  allineate in una teglia oleata, l’una accanto all’altra, alternandole con foglie di alloro e irrorate con un intingolo a base di olio, sale e succo di limone . Riscaldato bene il forno, far cuocere le sarde, per circa 10 minuti.


                      



lunedì 22 febbraio 2016

Io? Sono lo specchio della mia Sicilia!



Erano stati giorni convulsi, si preparava il viaggio a Padova, per la festa goliardica di quella città. Insieme ai colleghi, mio fratello Gaetano aveva trascorso tante ore per le strade, facendo la questua, per acquistare i biglietti del treno e pagare il pernottamento. E finalmente la partenza e per tre giorni divertimento e goliardia pura, serate nei locali tipici, bevute e risate di gusto, sono stati giorni indimenticabili, dirà tornato a casa. Per giorni, ancora elettrizzato dall'esperienza, ci parlò del divertimento in ateneo, per le strade con i colleghi padovani ma ancora di più, delle belle ragazze che aveva incontrato e soprattutto di Luisa, una splendida bruna, occhi castani e folta chioma; noi lo  ascoltavamo divertiti, e incuriositi, conoscendo la sua faccia tosta e la capacità di attrarre l'attenzione con la sua dialettica e Agnese, che era appena arrivata da Torino, ironicamente, gli chiese se il corteggiamento avesse prodotto dei risultati e lui di rimando: Ho usato lo charme e le parole giuste". "Non sai cosa ti perdi, le dissi, io sono charmant come i francesi, raffinato come gli arabi e "caliente" come gli spagnoli. ……..
Sono lo specchio della mia Sicilia, poliedrica, piena di contraddizioni, ma carica di fascino, fantasia e passione. E avendo notato, in Agnese, scetticismo, aggiunse  allora crederai all'intellettuale  Karel Capek, ospite, molto tempo fa, nella nostra isola, che così si espresse, "L'influsso spagnolo è l'ultimo; il primo è greco, il secondo e il terzo sono il saraceno e il normanno....Mescolate questi vari elementi culturali con un sole abbacinante, una terra africana, una quantità di polvere e una vegetazione meravigliosa e avrete la Sicilia" ( "Da Palermo a Taormina", dai "Fogli italiani!)
E, subito, è caduta ai tuoi piedi, commentò Agnese!  No, ma ero sulla buona strada, rispose Gaetano: "Avevo molte frecce al mio arco, esaltando la mia isola e le sue bellezze. Ho ricordato i grandi viaggiatori del '700 e dell'800, che hanno amato la Sicilia e, alcuni dei quali credevano di riconoscere, nell'isola, origini mitologiche, come Samuel Butlerletterato inglese dell'età vittoriana, che lascerà alla città di Trapani, il suo manoscritto, convinto che Omero fosse nato a Trapani e che, addirittura, fosse donna e forse Nausicaa, figlia del re dei Feaci, conclusioni a cui era arrivato, cento anni prima, Johann Wolfgang Goethe che, guardando il mare di Palermo, notava che tutto gli richiamava alla mente, l'isola dei Feaci.
Il mio fratellino aveva continuato a lodare la nostra terra con la giovane: "E che dire, cara Luisa, delle splendide parole, espresse sulla Sicilia, da Guy de Maupassant, che, con emozionalità, ne decantò le ricchezze artistiche: "La Sicilia, scrisse, è il paese delle arance, del suolo fiorito la cui aria, in primavera, è tutto un profumo….......Ma quel che ne fa una terra necessaria a vedersi e unica al mondo, è il fatto che, da un’estremità all'altra, essa si può definire uno strano e divino museo di architettura”
A quel punto, avevo capito di averla affascinata, disse Gaetano, con soddisfazione, perché, Luisa, sorridendo, mi rispose: Grazie per le belle giornate trascorse in allegria e socialità ma soprattutto per le notizie interessanti, sulla tua Sicilia che spero di visitare presto. E per dimostrarti la mia gratitudine, ti inviterò a cena, momento che mi permetterà di godere ancora dei racconti sulla tua terra, fatta di storia, arte e natura.
E la serata si concluse splendidamente, continuò Gaetano, appagando, piacevolmente, le curiosità della mia nuova amica Luisa che, salutandomi, saremmo ripartiti, purtroppo, l'indomani, aggiunse: Se sei lo specchio della tua terra, sono ancora più curiosa di visitarla e, naturalmente, con te che mi farai da cicerone.
E io risposi con le parole di Frances Elliot  ( "Milady in Sicilia)
“ Dal tempo di Proserpina, la Sicilia è stata la casa dei fiori. Si dice che le dee vergini, Proserpina, Minerva e Diana, tessero una tonaca di fiori variopinti per il padre Giove. Ora capisco perché gli Dei hanno tanto amato la Sicilia”!( da Milady in Sicilia)

Mio fratello Antonio, che, fino a quel momento, era stato in religioso silenzio, lo interruppe: Non sapevamo di avere un dotto, in famiglia, " ammogghia sta atta"!  (avvolgi questa gatta, espressione siciliana per indicare un'impresa difficile, un problema irrisolvibile). La sfida non fu raccolta, Gaetano continuò il suo racconto, con dovizia di particolari: "Ho detto a Luisa che, come gli antichi viaggiatori, anche lei, avrebbe, osservato la Sicilia da diversi punti di vista, da varie sfaccettature, ognuna carica di propria personalità, incontrando tante Sicilie, ognuna pronta a mettersi in antitesi con l’altra.
E che, nei siciliani, avrebbe ritrovato quella terra che trasmette sensazioni, prodotte dai colori, dai sapori, dalla fragranza e dai profumi e dai suoni, e dal gioco dei contrasti soprattutto quelli di un paesaggio che muta continuamente; e avrebbe provato quella "strana" e particolare sensazione, che scaturisce  dalla socialità, dalla fantasia e dalla passione che sono insiti nella natura dei suoi giovani. Sapete concluse, rivolto alla platea, presto verrà in Sicilia, me lo ha promesso.
E mia madre, si fece il segno della croce!