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mercoledì 8 giugno 2016

L'acchianata, i fedeli e "a cutuletta alla palermitana"




Erano trascorsi alcuni giorni dalla partecipazione al fistino di santa Rosalia ma noi fratelli continuavamo a parlarne e a porci tante domande; fu la signora del pianoterra, a mantillina, che, gentilissima come sempre, appagò le nostre curiosità con dovizia di particolari e con ricchezza di aneddoti, aggiungendo che la commemorazione della Santuzza si sarebbe conclusa  il 4 Settembre con la festività liturgica a Monte Pellegrino e con la famosa “acchianata”(salita) che i fedeli, tutti, affrontavano con una richiesta, un messaggio da affidare alla Santa, custodito nel silenzio della grotta. Ne parlammo a cena con mio padre che, con un sorriso di compiacimento, ci spiegò che questo appuntamento, per i palermitani, era come la Mecca per i musulmani, quindi almeno una volta si doveva fare: E’ la festa, disse, della fede e della tradizione, dei “voti” custoditi gelosamente e presentati con i dubbi e le speranze, ai piedi della Patrona; è un giorno di preghiera, di riflessione e devozione popolare.
Ci aveva stupito l’interesse e l’attenzione sull’argomento da parte di mia madre, motivazione che avremmo scoperto qualche giorno dopo quando ci comunicò, con grande gioia, che, avendo fatto un voto alla Santa, avremmo affrontato anche noi “l’acchianata”a Monte Pellegrino.
A nulla erano valse le nostre rimostranze anche perché aveva l’appoggio incondizionato di mio padre, quindi noi fratelli fummo costretti ad
 una riunione lampo, durante la quale decidemmo di cercare ulteriori notizie.
E ancora la nostra esperta, a mantillina, ci spiegò che il percorso era lungo e difficoltoso ma che la forza della fede e la motivazione per la quale si compiva, avrebbe dato energia, spingendo il fedele verso la meta. Accidenti, non se ne usciva! E mio padre, a cui avevamo esternato le nostre perplessità, ci aveva dato il colpo di grazia, confermando la decisione, motivandola come momento bucolico, unico nel suo genere: Il luogo è immerso in una vegetazione tipicamente mediterranea, disse, con un fiore all’occhiello che è il Castello Utveggio e con una splendida visione panoramica su tutta la città, dimenticando di comunicarci che la partenza sarebbe avvenuta alle prime ore del mattino.
 E alle prime ore del mattino, mio padre ci accompagnò al luogo dell’incontro dove trovammo, con grande sorpresa, tante persone, fedeli di ogni età, di ogni quartiere e razze ( anche  tamil) che si accingevano all’ascesa al santuario nella maniera più varia: Chi saliva a piedi, indossando un paio di sandali e stringendo un rosario, chi in bici, chi in preghiera o in silenzio, secondo la promessa fatta alla Santa. Il percorso era stancante, io sbuffavo e mi lamentavo, chiedendo spesso a mia madre notizie sul tempo di arrivo. Devo ad un signore, che faceva la salita con noi, la forza di arrivare in cima perché durante il tragitto mi rassicurava:
Stai tranquilla, mi diceva, arriveremo un po’ stanchi ma felice di poter rendere omaggio alla salvatrice della nostra città; è lontano il tempo in cui i devoti affrontavano il viaggio in ginocchio, che si auto flagellassero  sotto il sole cocente di Luglio o con  la temperatura più gradevole dei  primi giorni di Settembre e ancora peggio che, giunti davanti alla chiesa, raggiungessero il simulacro leccando, con la lingua, il pavimento. Accidenti, che roba! Anche se un po’confusa, continuavo a salire piano piano, godendo di un ambiente naturale e piacevole, come ci aveva anticipato mio padre, tanti alberi, fichi d’india, tanti aghi di pini e anche tante bancarelle e punti di ristoro, disseminati lungo il percorso, pronti ad alleviare i pellegrini con ogni genere di conforto perché come,  mi spiegò il mio vicino, per i palermitani il cibo è l’elemento primario di un momento sacrale: “Santo veni, festa fai” - arriva il festeggiamento del santo e fai festa-, rafforzato dal detto  “Agnieddu e sucu e finiu u vattiu” , un modo per indicare che le feste religiose, come il battesimo, sono mirate in modo principale al banchetto che lo segue e quindi, dopo il pranzo, la festa è finita. Finalmente arrivammo al santuario, stanchi, affamati e assetati ma felici di visitare le spoglie di Santa Rosalia:
L’immagine di questa giovinetta mi aveva molto impressionato, come mi aveva meravigliato tutto l’oro che le faceva da corona e quello che le copriva il corpo e come mi aveva colpito la visione dei tanti ex voto, appesi nelle bacheche che raccontavano il dramma familiare di una popolazione. E finalmente era arrivato il momento del riposo e della sospirata colazione: La mia mamma aveva preparato per noi  “A muffuletta ca cutuletta alla palermitana”che è molto buona. La carne impanata con gli aromi rende il piatto particolarmente stuzzicante. Dovete assaggiarlo, sentirete il gusto della sicilianità.

Cotoletta alla palermitana
La caratteristica di questo piatto è che non richiedendo la frittura, risulta molto leggero e digeribile e quindi adatto anche a chi segue un regime alimentare controllato.
La cotoletta alla palermitana, è preparata con una particolare panatura che dà un sapore più deciso e corposo e viene cotta al forno. La ricetta è semplicissima e lascia libero arbitrio sulla quantità di aromi che vorrete aggiungere; ricordate che i diversi sapori devono essere equilibrati. L’invenzione della panatura nella tradizione viene spesso fatta risalire alla corte di Federico II, quando si cercò un modo per recare con sé la pietanza, in viaggio e nelle battute di caccia.
La muffuletta ( mou/molle, si pensa che il nome sia di origine francese), è un pane tondo, morbido e profumato, genuino, cosparso di “gigiulena,” croccante sesamo.

Ingredienti
500 g. Fettine di vitello
Trito di 30 g capperi dissalati, prezzemolo, 50 g di olive nere snocciolate, 50 g. di parmigiano grattugiato, 300 g. pangrattato, sale e pepe
Olio extravergine
Preparazione
Panatura: mescolare il parmigiano grattugiato con il pangrattato e con il trito di odori, salare e pepare
Le fettine, passate nell’olio extravergine, vengono impanate, sistemate in una teglia e infornate per circa 10 minuti a 180 C, ricordando di girarle a metà cottura.

martedì 17 maggio 2016

Mia madre , femminilità ed emancipazione



Mia madre sosteneva di essere nata in un periodo sbagliato, epoca in cui la donna, subordinata prima alla famiglia e poi al marito, era offesa nella sua dignità. Era la piccola di nove fratelli e questa posizione, sotto certi aspetti, le permetteva di trasgredire a qualche regola. Raccontava, spesso, come già da bambina riusciva a coinvolgere i fratelli, in particolare Giuseppe, il più vecchio, ad essere sua complice e come, da adolescente, ha continuato a chiedere la sua intercessione presso i genitori, per decidere della sua vita. Con grande fatica era riuscita, dopo il periodo scolastico, ad evitare di trascorrere le giornate ricamando, cosa che sapeva fare benissimo e che faceva solo quando doveva rendere più elegante un vestito: Le sorelle sceglievano le tele e i lini per cucire e ricamare la famosa dote, lei preferiva le stoffe preziose che, confezionate con grande cura, sfoggiava, con femminilità. Si, mia madre era una donna elegante, raffinata e colta: Amava la lettura, il cinema ma soprattutto il teatro che, da quando mio padre era tornato nel palermitano, richiamato dal padre perché reintegrato al lavoro,  poteva frequentava solo in paese, accompagnata da noi figli, naturalmente, con il dissenso totale dei genitori che ritenevano scandaloso da parte di una donna sposata, uscire senza il marito.
Io ricordo quando, in teatro, mia madre ci disponeva, tatticamente, due alla sua destra e due alla sua sinistra, per evitare che qualche maleducato la potesse infastidire, convinto di averne il diritto perché il detto paesano era: ”A fimmina onesta un nesci sula; u postu ra fimmina è a casa, chi figghi e na cucina”. E lei, anche se con molte difficoltà, cercava di vivere la sua vita, insieme a noi figli, scontrandosi sempre con i nonni, per le sue scelte e i suoi comportamenti. Altro ricordo indelebile, lo scontro inevitabile con il padre, il 2 giugno 1946, giorno del referendum sulla monarchia: il paesino era in agitazione ma ancora di più nonno Nino che continuava a ripetere ai figli che si doveva votare per Vittorio Emanuele, suo coscritto e fratello. Non si era fatta intimidire e con orgoglio aveva affrontato lo scontro titanico confermando, attraverso quel voto, il rifiuto di quei valori imposti, quel modello di vita che da anni aveva messo in discussione ponendosi, con lucidità, contro una vita di subordinazione e di staticità.

Aveva sperato che quel simbolo, quel segno, una crocetta avrebbe cambiato la storia delle donne e così fu! E lei, madre e donna, si espresse in modo prorompente sempre anche scandalizzando. Sorridendo, spesso ricordava quando non avendo potuto indossare le calze di seta con la riga che gli americani avevano distribuito al loro passaggio, era uscita di casa, senza calze, dopo aver tracciato una riga sulle gambe nude, con il carbone, creando lo scompiglio in famiglia. Era una continua battaglia! Aveva capito l'importanza del lavoro che le avrebbe potuto permettere l'autonomia da mio padre e dai miei nonni che ci ospitavano e che supportandoci, pretendevano; si fermava, spesso,  a riflettere sul rapporto uomo - donna. A me e a mia sorella Agnese ripeteva sempre  "Dovete studiare e rendervi libere, questo vi permetterà di fare scelte attente e rispettose dei vostri interessi e di stabilire un rapporto paritetico con il marito a cui non dovete perdonare scorrettezze e offese gratuite". Ho capito a distanza di tempo quanto avesse sofferto il comportamento di mio padre e l’atteggiamento ostile  del vecchio Marx, di cui aveva cercato di capirne la personalità. E il tempo le aveva dato ragione, arrivata nel paesino del palermitano, lei, donna sicura di sé, tenace e perseverante, dimostrerà al suocero che l'accusa di avere irretito il figlio, era falsa, tanto da spingerlo a chiederle scusa. Nel palermitano la accompagnarono le sue radici, la sua cultura e la sua cucina che il vecchio Marx apprezzava molto e che lei, con piacere, gli faceva gustare, invitandolo spesso, ad un pranzo tutto catanese, che iniziava, sempre, con la rituale “ focaccia alle verdure”, una pizza buona, gustosa e leggera. Vi invito a prepararla perché, oltre ad essere buona e genuina, è di facile preparazione.


Focaccia alle verdure

Ingredienti
400 g. Pasta lievita ( se non avete tempo, compratela dal vostro fornaio di fiducia), 2 zucchine tagliate a bastoncini, 1 peperone tagliato a pezzetti, 2 pomodori a pezzi da aggiungere a mezza cottura, 1 cipolla a fettine, 2 cucchiai di olio extravergine, origano fresco, sale e pepe.

Preparazione
La pasta: Stendete la pasta nella teglia e allargatela con le mani, per darle la stessa forma del recipiente.
Il condimento: In una casseruola cuocete la cipolla con mezzo bicchiere di acqua, quando sarà evaporata, aggiungete zucchine, peperone, olio extravergine, olive, sale e pepe. Mescolate per qualche minuto e poi
distribuite le verdure sulla pasta, già preparata nella teglia. Cuocete la focaccia in forno, preventivamente riscaldato alla temperatura di 200°,  per 30 minuti. A metà cottura, aggiungete i pomodori e le foglie di origano. E' proprio buona!