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lunedì 5 settembre 2016

Il Natale palermitano e il vecchio Marx



Era il primo Natale, nel paesino che ci ospitava, ed ero euforica, curiosa e nello stesso tempo malinconica: Finalmente avremmo festeggiato con i parenti, che avevamo appena conosciuto, avrei potuto vivere una bella serata con il vecchio Marx e mi sarei arricchita di nuove tradizioni, gustando piatti locali, ma sapevo che avrei sentito la mancanza di nonno Nino e del quartiere dove avevo vissuto sette anni, il piccolo mondo, il paesino in miniatura, come definivo quel gruppo di case dove il Natale era anticipato dal fermento collettivo: Le famiglie, il piccolo forno e i lavoratori di marmo, il piacevole miscuglio di voci di donne indaffarate a preparare le loro specialità, piatti tipici come crespelle e dolci ripieni, il viavai e le risate e i giochi di noi bambini. Era uno spettacolo a cielo aperto, perché tutto avveniva nella strada, il salotto di casa, punto d’incontro della piccola comunità dove, nei giorni che precedevano il Natale, si assisteva all’andiriviene di donne, di teglie da infornare e alla preparazione dei cibi genuini e gustosi, ai tanti dolci, i cui ingredienti li regalava la natura: Fichi, mandorle, nocciole, pistacchi, arance, miele  con i quali si preparavano le famose  “paste della luna”, per la loro forma a mezzaluna, accompagnate da vermuth o marsala e i “bocconcini di arancia mandorlata,” ricetta di famiglia. E il Natale, nella nuova casa , finalmente, arrivò, riunendo tutta la nuova famiglia con figli e nipoti, facendomi provare emozioni nuove, diverse, soprattutto più intime: A scuola, la maestra ci aveva preparato alla ricorrenza, addobbando l’aula, preparando poesie e canti di Natale e facendoci scrivere pensieri sulla festività, il paese mostrava i segni attraverso gli addobbi nelle strade, le vetrine delle pasticcerie che erano ricche di leccornie e le "putie" ( i negozietti di frutta e verdura) che presentavano i cesti di  frutta fresca, mescolata ai dolci di martorana e noi che abitavamo fuori dal paese, in uno spazio aperto, le uniche presenze erano i lavoratori del mercato generale, al mattino, e quelli della lavorazione della pietra, vivevamo la festività nella nostra casa, preparando il presepe e addobbando l’albero di Natale con i mandarini e i biscotti, a forma di stelline e di animali, che avevamo preparato il giorno prima con la mamma. E poiché ogni festa si celebrava a tavola, mia madre, seguendo le tradizioni di famiglia, da giorni si occupava della preparazione degli antipasti, dei primi tipici del suo paese come le scacciate, i cardi a “pastetta” e dei dolci e le specialità locali che, gentilmente, le aveva insegnato la vicina, preoccupata, però, per il giudizio del vecchio Marx, ospite d’onore della festività natalizia,  mentre mio padre era impegnato all'acquisto del pesce fresco, che avrebbe arricchito la tavola della vigilia, insieme all'uovo e al cuore di tonno, fatti arrivati da Favignana, e della ricerca di primizie, al mercato locale.
E a casa era tutto un fermento, soprattutto per noi figli che per la prima volta, festeggiavamo la vigilia con il mio papà, con il vecchio Marx, la nonna era mancata molti mesi prima, e anche con gli zii e i cugini palermitani, che sarebbero arrivati dopo cena. Non scorderò mai quella serata: Il patriarca, seduto a capo tavola, riprendendo il ruolo di pater familias, mio padre alla sua sinistra, felice di aver ritrovato finalmente la sua famiglia “tutta”, mia madre alla destra e noi ragazzi a far da corona all'ospite d’onore. La cena, con i suoi sapori antichi e marinari, era il regalo che mio padre aveva voluto fare al nonno che ritrovava la tradizione della sua isola, lasciata per forza maggiore  e dove per anni non era potuto tornare ( aveva rifiutato la tessera del fascio); Era una cena, ricca anche di pietanze della cucina catanese e palermitana, molto graditi dall'ospite che, per la prima volta, si era lasciato andare ad apprezzamenti sinceri per la padrona di casa, notando la cura con cui era stata apparecchiata la tavola, apprezzando “la squisitezza” e “la prelibatezza dei cibi”, e soprattutto la scelta dei piatti. La cena, ricca di ogni ben di Dio, si era conclusa con i dolci che, nella nostra famiglia , hanno sempre avuto uno spazio da protagonisti, mia madre era maestra nella preparazione dei bocconcini di arancia mandorlata dei quali il vecchio Marx fece il bis parecchie volte, accompagnati dal bicchierino di marsala.

Quando finalmente sono arrivati gli zii e i cugini la festa era al culmine: Le risate accompagnavano le chiacchiere e le battute, gli zii gustavano i dolcetti della tradizione catanese e le crespelle all’acciuga e alla ricotta, accompagnandoli con i vini o liquore e poi finalmente tutti a giocare a carte, con i litigi furiosi di noi ragazzi, se perdevamo. “A tummuliata” ( la tombola) era un gioco tradizionale, non si trattava della versione moderna, munita di cartellette, bensì di quelle con le carte siciliane e mentre seguivamo l’uscita dei numeri, mangiavamo la frutta secca, lo “scaccio”, così si dice a Palermo, come noci, mandorle e nocciole, aspettando la mezzanotte per andare in chiesa e assistere alla funzione religiosa. La festa continuò il giorno di Natale: Il nonno, ancora con noi, e noi tutti attorno alla tavola  per celebrare la festività con gli anelletti al forno, che è il piatto tipico della festa, seguito dal brociolone di carne di vitello con contorno di patate e verdure e tante insalata tra le quali l’insalata di arance e aringa che piaceva molto a mia madre e che, regolarmente, tentava di farla “digerire” anche ai noi ragazzi. Il pranzo si concluse ancora con i dolci, le cassatelle, i cannoli, a cubaita e i buccellati, il dolce per antonomasia del Natale e dei palermitani e la frutta, soprattutto” Fichidindia e nespuli d’invernu”. Come tradizione voleva, nel pomeriggio, mia madre ci accompagnò a Palermo, a visitare i presepi della chiesa dei “Tre re”, della basilica di S. Francesco d?Assisi, della chiesa della Confraternita della Madonna della Mercede e in particolare il presepe di pane, preparato dalla confraternita dei fornai, straordinario.  E la festa continuò ancora il giorno di santo Stefano, ancora con i parenti, il pranzo, la cena e chiudendo la serata ancora giocando a carte e divertendoci. Sono stati giorni intensi, emozionanti, anche se stancanti, perché non ero abituata a rimanere sveglia fino a notte alta, ma a quel primo Natale palermitano, ne seguiranno tanti altri meravigliosi, purtroppo pochi, otto anni dopo muore il vecchio Marx, all’età di novantasei anni, e  qualche anno dopo mio padre, giovanissimo, a soli quarantanove anni. La vita l’ho vissuta nel suo ricordo e nella scia dei valori che mi aveva inculcato e che mi hanno aiutato a costruire il mio presente, conservando quel mondo di semplicità e il gusto per la vita,di cui mio padre era stato esempio.
Il dolce di Natale palermitano è il “buccellato”, dolce tipico della festività di questa bella terra e di cui vi presenterò le origini e le caratteristiche separatamente; vi proporrò, quindi, un dessert natalizio, semplice, genuino e profumato che mia madre preparava spesso e, per noi ragazzi, in versione golosa, un dessert che sa di tradizione e di legame con le terre di Sicilia.

“Arance al rum” con scaglie di cioccolato fondente

Ingredienti: 400 g. di arance ( vi consiglio i tarocchi siciliani, dolci, succosi e rossi come la terra di Sicilia) pelate a vivo e tagliate a fette, 30 g. di uvetta ammorbidita nel rum per 15 minuti, per disidratarla e insaporirla, 4 pizzichi di cannella.

Presentazione finale del piatto di “Arance al rum”
Disponete su un piatto da portata le fette di arance, già tagliate a fette, spolveratele con la cannella; aggiungete l’uva passa, intrisa di rum, completando con una cascata di scaglie di cioccolato fondente. E’ un dessert semplice ma ottimo, da servire freddo. In famiglia, la ricetta dell’arancia all’uvetta al rum”, era preparata anche con una colata di salsina di cioccolato fondente di cui vi presento la ricetta:

Ingredienti della salsina di cioccolato fondente
: 250 g. di latte fresco intero, 80 g. di zucchero semolato, 35 g. di cacao amaro in polvere, 75 g. di cioccolato fondente al 70 %, 1 cucchiaio, raso, di maizena.


Preparazione
Portare ad ebollizione, in una pentola, tutti gli ingredienti, tranne il cioccolato e la meizena; non appena, il composto avrà raggiunto l’ebollizione, unire la meizena, sciolta in un cucchiaio di acqua fredda, cuocere per 1 minuto, mescolando, aggiungendo il cioccolato fondente e fare sciogliere, quindi allontanare la salsa dal fuoco e farla raffreddare. E’ ottimo per decorare gelati e semifreddi e si conserva in frigo anche 15gg.

giovedì 23 giugno 2016

L'estate: Favignana, Mondello e...........





E’ indelebile il ricordo della prima estate palermitana: Finalmente tutta la famiglia riunita, la campagna complice dei miei giochi e la scoperta del mare. Sì, proprio così, ho scoperto il mare, quel mare che mia madre riteneva pericoloso, “in mare non ci sono taverne”(ovvero il pericolo è sempre in agguato, non sempre si può contare su aiuti immediati) diceva, per giustificare la sua decisone. E alla continua richiesta dei  miei fratelli di vivere una giornata al mare con gli amichetti , mia madre confermava le sue preoccupazioni: “Io, diceva, non so nuotare e non potrei aiutarvi se foste in pericolo”, dimenticando di dire che lei non si esponeva al sole per le efelidi, che sarebbero comparse sul suo viso sarebbero state deleterie, per la sua immagine. 
Per anni, quindi, il nostro mare è stato il ruscello che attraversava la proprietà del nonno: Partivamo al mattino presto con una buona colazione e ci recavamo in campagna dove "lui" ci aspettava, pronto ad accoglierci, contento di stare un po’ con noi, durante la giornata.
Il mare invece per mio padre era vita! E fu infatti il suo primo regalo, comunicandoci che avremmo trascorso le vacanze estive a Favignana, nella villetta di famiglia, da cui si godeva uno spettacolo naturale straordinario, ma soprattutto che ci avrebbe aiutato a prendere confidenza con l’acqua: “Il mare, diceva, è affascinante nella sua immensità e per il mistero che nasconde; il suo odore , la sabbia sotto le dita, l’aria e il vento danno sensazioni uniche che, sono sicuro, scoprirete anche voi”.

Ero talmente felice a questa notizia che ero corsa a comunicarlo a tutti i miei compagni di gioco che a loro volta mi avevano raccontato della spiaggia frequentata con le loro famiglie e dei divertimenti allo stabilimento con gli amichetti del momento.  Papà, aspettando le ferie di agosto, spesso  ci portava a Mondello e precisamente allo stabilimento “Charleston”, costruito a palafitta sul mare, dove trascorrevamo la giornata: Giocavamo, prendevamo il sole, facevamo il bagno e a pranzo si andava al ristorante, per gustare pietanze gustose e poi si tornava a casa.
Anche se contenta, pensavo che i miei amici si divertivano di più ed io volevo stare con loro; quindi senza pensarci due volte sono andata a casa di Maria per chiedere alla sua mamma se potevo aggregarmi quando fossero andati al mare e la risposta mi aveva riempito di gioia: “Se la tua mamma è d’accordo perché no”. Tanta era stata la felicità nel comunicare a mia madre la disponibilità della mamma di Maria, quanta era stata la delusione per il suo netto no, senza possibilità di ripensamento, anche se motivato: "Devi alzarti troppo presto e, vivendo una giornata intensa al mare, ti stancheresti". Convinta che la motivazione fosse volutamente costruita, chiesi notizie alla signora di mia conoscenza, la Mantillina, che confermò quanto detto da mia madre: Le donne  si alzano alle quattro per friggere “i milinciani” per preparare la pasta al forno, con il salame, il formaggio a fette sottili e le uova e poi ancora le cotolette “pi picciriddi, picchì ca sula pasta un si sazianu”, e finalmente preparata la borsa frigo grande, con le bibite e le birre per gli adulti, verso le otto partono per il mare. Ha ragione la mamma, concluse, devi alzarti troppo presto ed è stancante, se devi trascorre la giornata al mare”. Quando  chiesi a mio padre di perorare la mia causa, la risposta fu chiara e immediata: “Quando la famiglia di Maria deciderà di trascorrere solo mezza giornata al mare, potrai andare.” Quanta felicità quel giorno!

Insieme a Maria e i suoi fratelli e i loro genitori andammo allo stabilimento di romagnolo, i bagni Virzì, molto diversi dal Charleston di Mondello: Le cabine, al cui interno avevano il sedile in muratura e un lavabo, si affacciavano su una balconata da dove, scendendo una scaletta, si arrivava al mare che era un misto di scogli e ciottoli. La mamma di Maria, in prendisole e non faceva il bagno, mi aveva aiutato ad indossare il costumino, mentre Maria e i suoi fratelli andavano in acqua in mutandine. Il loro papà aveva indossato un costume noleggiato sul posto  e ricordo come se fosse ora, sono passati più di sessant’anni, che il costume, di lana spessa e di misura più grande, uscendo dall’acqua si allungava, penzolando e il pover'uomo, con il petto nudo che mostrava il segno della canottiera, lasciato dai raggi del sole, sembrava un clown. Il tempo trascorreva velocemente ma eravamo felici, ammirando e godendo di quel mare con il suo colore azzurro e le acque cristalline: Quante rincorse, spruzzi  d’acqua e giochi in spiaggia con la sabbia e nascondino tra le cabine. Il nostro pranzo era stato il pane e frittata e pane e melanzane con una buona fetta di anguria che il papà di Maria aveva comprato, durante il tragitto per il mare;

mi aveva incuriosito il modo con cui il papà di Maria aveva scelto “u miluni”, la signora mi spiegò che “u miluni” deve essere scelto con cura e per questo il marito “tuppuliava”  - batteva con il pugno - sull'anguria e vi accostava l’orecchio per auscultare mentre noi lo guardavamo in religioso silenzio, per non disturbarlo.

Quando ho gustato quella fetta di miluni di un rosso vivo, dolce e gustosa, come si dice in Sicilia, “mi sono scialata”e, anche se sbrodolandomi avevo sporcato il vestito, ho chiuso in bellezza la mia esperienza.

lunedì 16 maggio 2016

Mio padre, l'eterno idealista



Non è facile parlare o presentare il proprio padre, soprattutto se è una figura poliedrica, camaleontica, sempre alla ricerca di se stesso, come il mio. Ho cominciato a recuperare la sua immagine solo dopo la sua morte, avvenuta improvvisamente, all'età di quarantanove anni. Qualche notizia, sulla personalità, l’avevamo avuta attraverso i rimproveri che mia madre rivolgeva a noi figli quando ci comportavamo, secondo lei, come mio padre. “ Non è possibile, diceva, siete simili a vostro padre, fiduciosi degli altri senza freno, disponibili a prescindere, generosi fino agli eccessi". E vero, mio padre aveva questi e tanti altri difetti, come la solarità, la voglia di vivere, l’espansività e l’altruismo che lo portava ad agire istintivamente. Tanti gli episodi che affiorano alla mia mente: Il vecchio lustrascarpe che, di regola passava tutte le mattine a spazzolare e lucidare le scarpe, per qualche spicciolo, e che non si vedeva da giorni. Mio padre, preoccupato, lo cercò e lo trovò ( c'ero anch'io) febbricitante nella baracca di lamiera, "Vai a chiamare il dottore, mi disse, e il medico del paese, sempre disponibile e umano, arrivò di corsa e di corsa io andai in farmacia con la ricetta e di corsa mia madre preparò il primo dei tanti brodini, insomma tutta la famiglia fu mobilitata. E grande era l'attenzione per i braccianti: Li aspettava, ogni inizio mese, in ufficio dopo l’orario di chiusura, per permettere loro di riscuotere l’indennità dello Stato, credo si chiamasse così, senza perdere la giornata di lavoro, mettendo in allerta, loro malgrado, le forze dell’ordine. Aveva un forte senso dello Stato e della legalità, che lo porterà, spesso, a scontrarsi pubblicamente con i boss del momento, compagni di bisbocce giovanili. Li attaccava frontalmente e in pubblico, li metteva in ridico anche dal palco, durante i comizi per le elezioni, e li accomunava alla DC che riteneva responsabile del degrado morale e civile della Sicilia. E un giorno la risposta arrivò “Dirittù, su scurdò, l’aspettanu pi mangiare, n campagna”! Era una domenica e come sempre, io accompagnavo mio padre in pasticceria per comprare il solito vassoio di cannoli; dopo un attimo di esitazione, l’altro gli aveva ricordato anche di dimostrare di essere “masculu”, lo seguì dopo avermi invitato a tornare a casa e pregandomi di comunicare a mia madre l’accaduto. Ritornato verso sera, bagnato fradicio, ci raccontò che in campagna davanti ad una tavola imbandita c’erano tutti e, in primis, quello che era stato il compagno di bisbocce giovanili il quale, fattolo sedere, gli disse a bruciapelo ”Quanno mietti a testa a postu, un tirare a cuorda, picchì a pazienza sta finienno” e “ uora voghiu sapiri ca mi porti rispettu”. Alla risposta di mio padre, “finirò quando uomini come te saranno in galera”, lo immergeranno tante volte, legato con una corda alla cintola, nella “gebbia”, il contenitore dell’acqua per l’irrigazione dei campi. Sapevano che non avrebbero ottenuto nulla e sapevano anche, che in piazza in molti avevano ascoltato e da buoni vigliacchi, come li chiamò mio padre, lo avevano lasciato andare: Quel giorno mio padre aveva avuto il primo infarto.
Il più grande dei difetti di mio padre? Era il sentimento di “ Pietas” che l’accompagnava sempre, quel sentimento di solidarietà che dovrebbe legare  tutti gli uomini, sentimento che si fortifica nelle avversità e nelle sofferenze: I morti ammazzati, a poca distanza della nostra abitazione, le lenzuola, portate da casa, per coprire quei corpi a cui era stata tolta la dignità, e in piena estate, corpi che ardevano al sole, attaccati da colonie di mosche che, con grande voracità, succhiavano quel sangue, sparato sull'asfalto. Ed io ero lì, sempre accanto al mio papà che cercava di dare umanità a quei corpi.
Io e i miei fratelli eravamo orgogliosi di avere gli stessi suoi difetti, come li chiamava mia madre ma soprattutto di avere avuto un padre straordinario. Era un istintivo  e come potete rilevare, leggendo il post sul” vecchio Marx, la cialoma e gli spaghetti alla bottarga”, aveva una personalità ben distinta da quella del vecchio, un padre che faceva valere la sua autorità in maniera pervasiva  e onnicomprensiva; un padre che trasmetteva gli ideali e i comportamenti che la vita sociale, secondo lui, esigevano. Sapeva tutto di mio padre, ragguagliato dai molti paesani che gli facevano visita, a Palermo; credo che l’arrivo inaspettato, un giorno, a casa nostra, fosse legato alle preoccupazione per i comportamenti del figlio. Durante la passeggiata per le vie del paese, riverito soprattutto dai vecchi che lo ricordavano ancora, si rivolse al figlio e con aria solenne gli disse: Emanuele, devo farti una penosa confessione! Probabilmente tua madre quando era incinta di te, affacciandosi alla finestra, ha visto “un vastasunazzu”(1) e sei nato tu, concluse: Spero che da questo momento riprenderai il tuo ruolo nella società, restituendo alla nostra famiglia il  posto che le spetta.
Ma mio padre era anche altro: Bell’uomo, affascinante, capace di attrarre con la dialettica e con la simpatia, pieno di verve, e attento al fascino femminile: Naturalmente il trasferimento da single, nel palermitano, per mia madre era stata una tragedia sia perché mio padre sarebbe andato a briglie sciolte, sia perché il vecchio Marx la riteneva colpevole di avere circuito il figlio, spingendolo al matrimonio. Per noi figli, quando finalmente si è riunita la famiglia, è stata una grande festa e abbiamo riconosciuto a mia madre la capacità di giudicare: E’ vero, siamo lo specchio umano e sociale di questo padre, un uomo che credeva nei valori della dignità e dell’uguaglianza. E da lui abbiamo imparato anche ad amare Favignana, l’isola che gli era rimasta nel cuore e che ritrovava, tutti i giorni, nei suoi piatti di pesce e soprattutto di tonno. Per mio padre la buona tavola aiutava a vivere meglio con se stessi e con gli altri, per questo amava condividere i piatti, da lui preparati, oltre con la famiglia, anche con gli amici ai quali, con orgoglio, faceva assaggiare la bottarga, il lattume e il cuore di tonno che faceva giungere da Favignana  dove da ragazzino, raccontava sempre, andava a pescare i ricci con i quali la madre gli preparava il piatto preferito, "Gli spaghetti ai ricci di mare". Io li ho mangiati “ Gli spaghetti ai ricci di mare”, preparati da mio padre, e vi assicuro che è un primo semplice ma che esalta il gusto e il profumo del mare come pochi altri piatti riescono a fare, una bontà per veri intenditori. Io vi propongo la ricetta, sperando che riusciate a trovare i ricci appena pescati e che sappiate aprirli. Se aveste delle difficoltà,  ecco un affettuoso consiglio: Fate un simpatico viaggio nelle Egadi, preferibilmente Favignana, o nelle Eolie o in Sardegna dove gusterete un primo sontuoso.

Spaghetti ai ricci di mare
Ingredienti
400 g. di spaghetti, 300 g. di uova di ricci di mare freschi, 1 spicchio d’aglio schiacciato, qualche ciuffo di prezzemolo lavato e scelte le foglie, tritarle grossolanamente, olio extravergine, olio, sale (dopo avere assaggiato).
Preparazione
In una padella, fare dorare uno spicchio d’aglio schiacciato che eliminerete dopo 5 minuti e spegnete il fuoco. Nel frattempo cuocete gli spaghetti, scolate al dente e versateli subito nella padella, sotto la quale avrete riacceso il fuoco, date un giro, aggiungete le uova di riccio e mescolate finché si spargerà e avvolgerà tutta la pasta. Preparate il piatto, dopo avere aggiunto il tritato di prezzemolo. E veramente buon appetito!




(1) Vastasunazzu è un derivato di vastasu: persona volgare, non avvezza a modi signorili. La borghesia ricca si faceva trasportare per le strade di Palermo dai “vastasi”, uomini del popolo che reggevano le portantine dette sedie volanti.